Renato ha 68 anni e il suo battesimo sportivo è arrivato quando la maggior parte delle persone pensa di aver già chiuso i conti con le sfide fisiche. Non è un atleta professionista, non ha un passato da maratoneta e, fino a tre anni fa, la corsa non faceva parte del suo vocabolario. Eppure, qualche domenica fa, ha tagliato il traguardo della mezza maratona di Treviso.
La sua storia non è quella di un superuomo. È la storia di un uomo che ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa fosse appropriato fare alla sua età. Quando il medico gli ha suggerito di muoversi di più per tenere sotto controllo la pressione, Renato ha preso le scarpe da ginnastica che aveva in scarpiera e ha fatto il primo giro dell’isolato. Non è stato facile. Il fiato mancava, le gambe pesavano e la convinzione di essere fuori tempo massimo era la barriera più difficile da abbattere.
Il primo passo dopo i sessantacinque
Iniziare a correre da zero a sessantacinque anni richiede una dose di umiltà che spesso manca ai più giovani. Renato ha dovuto imparare a gestire la frustrazione di un corpo che risponde in modo diverso rispetto a trent’anni prima. La regola d’oro, che ha imparato sulla sua pelle, è stata la gradualità. Non si tratta di correre veloce, ma di correre costante.
Il processo di adattamento per un runner over 60 è più lento, ma non per questo meno efficace. I tendini e le articolazioni hanno bisogno di più tempo per recuperare dopo ogni sessione. Renato ha capito presto che il riposo non è tempo perso, ma parte integrante dell’allenamento. Molti runner che iniziano tardi commettono l’errore di voler recuperare il tempo perduto con troppa intensità, finendo per infortunarsi. Se vuoi approfondire come gestire questo approccio, puoi leggere i consigli su iniziare a correre da zero.
Il mental game della distanza
La mezza maratona, ovvero 21,097 chilometri, è una distanza che incute timore a chiunque. Per Renato, il problema non era la tenuta fisica, ma la barriera psicologica. A 68 anni, la società ti spinge a pensare che la prudenza sia l’unica virtù possibile. La corsa, invece, ti chiede di sfidare il limite che ti sei imposto.
Il mental game, ovvero l’insieme di strategie mentali per gestire la fatica e la motivazione, è stato il suo vero alleato. Renato ha imparato a scomporre il percorso. Non pensava ai 21 chilometri totali, ma al prossimo ristoro, al prossimo chilometro, alla prossima curva. Quando la mente suggerisce di fermarsi perché il corpo è stanco, è lì che si gioca la vera partita. È normale sentirsi inadeguati quando si affronta una sfida nuova, specialmente quando si è superata una certa soglia anagrafica. La chiave è non dare troppo peso a quel senso di inadeguatezza.
L’importanza di ascoltarsi
Correre dopo i 60 anni significa imparare a leggere i segnali del proprio corpo con estrema attenzione. Non si tratta di ignorare i fastidi, ma di distinguerli. C’è la fatica buona, quella che ti fa sentire vivo e che ti permette di migliorare, e c’è il dolore che avverte di un potenziale infortunio. Renato ha imparato a distinguere i due stati, rallentando quando necessario e accelerando quando si sentiva in forma.
Molti runner che superano i 40 o i 50 anni temono che il corpo non possa più adattarsi allo sforzo. La scienza dello sport, invece, dimostra che il cuore e i muscoli mantengono una capacità di adattamento sorprendente, a patto di essere costanti e pazienti. È un percorso che richiede intelligenza tattica più che potenza bruta. Se ti senti frenato dai dubbi legati all’età, ti consiglio di leggere alcune considerazioni utili su running dopo 40, perché i principi di base rimangono validi anche quando si entra nella fascia over 60.
Cosa significa arrivare al traguardo
Quando Renato ha visto il gonfiabile del traguardo a Treviso, non ha cercato il tempo record. Ha cercato la consapevolezza di aver mantenuto una promessa fatta a se stesso. La medaglia al collo non è solo un pezzo di metallo, ma la prova tangibile che i limiti sono spesso costruzioni mentali che ci imponiamo per paura di fallire.
Al traguardo, ancora col fiatone e un sorriso che non riusciva a nascondere, ha detto una frase che riassume tutto il senso del suo percorso: “Non ho corso contro gli altri, ho corso contro l’idea che a 68 anni il mio ruolo fosse solo quello di guardare gli altri che vivono. La corsa mi ha restituito la sensazione di essere il protagonista della mia giornata, non uno spettatore”.
Oltre il traguardo
La storia di Renato non è eccezionale perché ha corso una mezza maratona. È eccezionale perché ha normalizzato l’idea che non ci sia una data di scadenza per mettersi alla prova. Molti pensionati vedono la corsa come un’attività lontana, riservata a chi ha gambe scattanti e fiato da vendere. Renato ha dimostrato che la corsa è, prima di tutto, un atto di volontà.
Non serve puntare subito a una gara. Serve puntare alla prossima uscita. Serve la voglia di uscire di casa anche quando piove o quando la pigrizia suggerisce di restare sul divano. La costanza batte sempre l’intensità. Se decidi di iniziare, non preoccuparti se i primi tempi ti sembreranno lenti o se dovrai alternare corsa e camminata per settimane. Non c’è un modo sbagliato di correre, c’è solo il modo in cui decidi di farlo per stare bene.
Ecco alcuni punti fermi che hanno guidato Renato in questi tre anni:
- La costanza è più importante della velocità: meglio tre uscite brevi che una sola troppo lunga.
- Il riposo è parte dell’allenamento: non saltare mai i giorni di recupero.
- Ascolta il corpo: se un dolore persiste, fermati e chiedi un parere esperto.
- Non confrontarti con gli altri: il tuo unico termine di paragone è chi eri ieri.
- Trova il piacere nel movimento: se non ti diverti, sarà difficile mantenere l’abitudine.
La corsa, a qualsiasi età, è un esercizio di libertà. Renato ha scoperto che, a 68 anni, il mondo non si è rimpicciolito, ma si è aperto di nuovo. Non è mai troppo tardi per iniziare a costruire una versione di sé più forte e consapevole. Basta un paio di scarpe, un po’ di pazienza e la voglia di scoprire cosa succede se decidi di fare quel primo, timido passo.